Il gattino infelice – un caso sociale
Circa cinque anni fa una mia amica, “subdola”, mi ha chiesto di tenere, “un attimo”, un gattino appena trovato sul ciglio della strada.
Minuscolo, indifeso e morbido da far impazzire, probabilmente “consigliato” dalla mia amica, l’esserino si è accovacciato per bene fra le mie braccia e si è messo a fare le fusa.
E, come previsto dalla “subdola”, ormai perdutamente innamorato di lui, ho deciso di tenerlo con me e di chiamarlo Picchio.
Ancora stupito per la decisione che avrebbe cambiato il corso della mia vita, ho acquistato convulsamente tutto il necessario per ospitarlo nel migliore dei modi possibile.
Mi sono così avviato a piedi verso casa, vistosamente eccitato, fra lo stupore un po’ ironico dei passanti, carico di: gattino, trasportino, alimenti, ciotole varie, cassettina e lettiera da 11 Kg.
Per un paio d’anni, gli orizzonti del mio dolce micetto sono stati “infiniti”: la casa nella quale riusciva a correre come un forsennato; i mobili dietro i quali si nascondeva per tendermi improbabili agguati; il balcone nel quale si rifugiava, dopo avermi “assaltato”, in attesa che io lo rincorressi; i pensili sui quali saliva regolarmente per scrutare e dominare il “suo mondo” dall’alto.
Un intero appartamento da esplorare: cassetti; scaffali; armadi, che io lasciavo “distrattamente” socchiusi, e tutta una serie di scatole di cartone, erano fonte di gioco e di nuove scoperte.
Quando uscivo di casa si limitava ad accompagnarmi fino all’uscio e, al mio rientro, era solito venirmi incontro per offrirmi le sue “affettuose attenzioni” e per avvolgermi le caviglie con la sua splendida coda; mai visto un gatto così pienamente felice.
Purtroppo, con il tempo, si è insinuato in me il dubbio che lo stessi sottoponendo a una specie di prigionia, anche se dorata, rispetto alla sua natura felina, predatoria e bisognosa di ampi spazi.
I sensi di colpa e l’eccesso di affetto nei suoi confronti mi hanno portato a commettere un errore clamoroso e irreversibile: fargli oltrepassare la porta di casa che, fino a quel momento, non aveva mai suscitato in lui nessun interesse.
Ha percorso il pianerottolo in lungo e in largo, annusandone ogni angolo, valutandone ogni minimo spazio.
Abbastanza rassicurato si è spinto oltre, verso le scale, inizialmente timoroso poi, sempre più sicuro di sé, ne ha salito e disceso ripetutamente ogni gradino; era ormai evidente che, se lo avessi lasciato andare, prima o poi le avrebbe percorse tutte, arrivando chissà dove.
Ormai consapevole dell’esistenza di un mondo, ai suoi occhi “probabilmente sconfinato”, si è reso conto che le mura di casa non erano i veri confini dell’universo.
Ha così realizzato di essere un recluso e, rispolverata la curiosità tipica dei felini, sono iniziate per lui le “frustrazioni”: infelice, insoddisfatto, depresso.
Adesso passa le sue giornate dietro l’uscio implorandomi, attraverso strazianti e diversificati miagolii, di lasciarlo andare incontro a quel mondo tutto da esplorare.
Anche io sono stato per molti anni un uomo felice, assolutamente convinto che le mie idee, i miei valori, la mia storia, la mia religione, la mia appartenenza politica, la mia squadra del cuore … fossero la conoscenza assoluta – frutto finale di profonde, complesse e articolate riflessioni che mi avevano consentito di avere in pugno i “confini dell’intero universo”.
Poi, in età avanzata, chissà per quale misterioso motivo, preda del mio mai sopito istinto da “esploratore della natura umana”, ho deciso di oltrepassato quel maledetto uscio.
Da allora nulla è più stato come prima.
Esattamente come per Picchio, anche per me sono arrivate le frustrazioni, l’insoddisfazione cosmica e la ricerca spasmodica delle verità e del senso della vita.
Frustrazioni e insoddisfazione alle quali ha pesantemente contribuito la dolorosa presa d’atto che la maggioranza delle persone ritiene di aver oltrepassato l’uscio di casa,” senza però averlo mai realmente oltrepassato” e senza aver mai coltivato nessun dubbio in proposito.
Una convinzione, spero inconsciamente ipocrita, che non richiede grossi impegni, finalizzata solo a sostenere queste persone, intellettualmente pigre, nella loro illusione di essere in possesso della verità e della conoscenza assoluta.
Persone la cui maggioranza fa parte di una società, molto “avvitata” su se stessa, all’interno della quale mi sento profondamente inadeguato.
Ormai uomo maturo, pervaso da un sottile stato di malessere esistenziale, sono diventato invidioso di chi, privo di curiosità e/o timoroso di dover affrontare realtà più complesse di quelle cui si è assuefatto, non ha mai sbirciato oltre la propria porta.
Se potessi ripercorrere la mia storia, da “esploratore pentito”, credo che metterei da parte le mie curiosità e me ne starei, tranquillo e sereno, fra le mie “piccole e significative” cose.
Tullio Mannino