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La crisi economica è figlia di un mondo che è cambiato troppo in fretta

Che cosa è successo e da dove veniamo: credo che mai nella storia dell’umanità ci sia stato, per quanto c’è noto, un cambiamento così intenso per dimensione e per velocità. Sono cambiate la struttura e la velocità del mondo ed è avvenuto in un tempo così breve, venti anni, quanti sono gli anni che vanno dalla caduta del Muro di Berlino ad oggi.

La scoperta geografica dell’America, l’apertura degli spazi atlantici, la rottura del vecchio ordine chiuso del Continente ha prodotto effetti rivoluzionari, ma è un processo che si è sviluppato più o meno in due secoli. L’America ha alterato la struttura del Vecchio Mondo, è iniziata l’erosione delle basi feudali, sono state inventate, per seguire i nuovi spazi e le nuove prospettive di economia, un paio di nuove religioni, è stato accelerato il processo tecnologico, che ha avuto le caratteristiche di una rivoluzione nel senso della rottura dell’ordine. Il Seicento si autodefiniva mondus furiosus, un processo rivoluzionario, ma è durato almeno due secoli. Quello che viene fuori dalla caduta del Muro di Berlino ad oggi è un processo che alla fine si manifesta con la scoperta economica dell’Asia, con la rotazione dell’asse del potere economico dall’Atlantico al Pacifico, e comunque è un processo che occupa vent’anni. Mai nella storia un cambiamento così intenso è stato in un periodo così breve. Il mondo che c’era prima è radicalmente diverso dal mondo che c’è adesso, e non solo in senso economico, anche in senso politico. Infatti questo è uno di quei campi in cui è difficile distinguere tra economia e politica, tra politica ed economia.

Guardate com’era il vecchio mondo e confrontatelo con quello che c’è adesso: guardate una sigla politica, il G7 e confrontatelo con il G20; il G7 viene inventato a Rambouillet intorno agli anni Settanta sotto la pressione del comunismo. Il G7 fino a pochi anni fa controllava l’80% della ricchezza del mondo, era unificato da un codice economico, il dollaro, da un codice linguistico, l’inglese, da un codice politico, la democrazia occidentale. Guardate invece cos’è adesso il G20: controlla anche lui l’80% della ricchezza, ma non è più unificato da un codice economico, il dollaro, non è unificato da un codice linguistico, perché intorno al G20 i giganti parlano la loro lingua e lo fanno per battere la loro bandiera, non è unificato da un codice politico, perché intorno al tavolo del G20 si ritrovano strutture politiche che sono fortemente diverse dalla democrazia occidentale.

Che cosa avviene caduto il Muro di Berlino, aperto il mondo in una geografia mercantile piana? Ricordo che nel 1994, forse è il libro più strano che ho scritto, era intitolato “Il fantasma della povertà” e nel ’94 a Marrakech, Marocco, viene definita la nuova geopolitica del mondo, con la World Trade Organization. Cadute le barriere ideologiche si apre, in una prospettiva non economica, ma ideologica, un nuovo mondo basato su una geografia mercantile piana che è quella del commercio, del commercio mondiale. Allora io ho scritto quel libro che era intitolato “Il fantasma della povertà”, che diceva che i capitali sarebbero andati in Asia alla ricerca di manodopera a basso costo, e, per conseguenza, l’Occidente, l’Europa, sarebbe caduta nella trappola della concorrenza globale salariale.

Infatti i nostri salari, i nostri stipendi saranno livellati su quelli dell’Oriente, ma con il costo della vita riferito alla struttura sociale occidentale. Sempre in quel libro ho inserito per la prima volta, l’idea delle tre “i”: Inglese, Impresa, Informatica. Non possiamo competere con l’Asia sulla forza delle braccia, dobbiamo investire in educazione per valorizzare quello che ancora abbiamo. Il punto filosofico, su cui credo che dobbiate riflettere tutti, è quello dell’apertura degli spazi. Le grandi crisi economiche dei secoli passati, e non solo economiche, poi causa di guerre, di sconvolgimenti, vengono fuori dall’apertura degli spazi; quando si aprono gli spazi cominciano gli sconvolgimenti. Questo per dire che la fase storica che stiamo vivendo e che voi avete davanti non è una fase banale o congiunturale, e il pensarlo è stato il primo errore politico fatto da tanti, pensare cioè che questa fosse una crisi come le altre.

Questa non è una crisi come le altre, non è un cambiamento congiunturale dentro un continuo più o meno uguale, vai giù, vai su, nella logica del ciclo, questa è una rottura di continuità, è la struttura del mondo che è radicalmente cambiata. Per alcuni è cambiata in un modo, per altri in un altro, ma è fondamentalmente cambiata. E a proposito di spazi non si è aperto solo lo spazio reale, ma, magari non coincidendo necessariamente con questi cambiamenti, si è aperto lo spazio virtuale, che è ancora più interessante dal punto di vista della riflessione intellettuale. Mi ha fatto sorridere la discussione alla Camera sulle intercettazioni, perché se la discussione, fuori dalla dialettica specifica, fosse davvero fatta sulla democrazia allora forse i margini di considerazione dovrebbero essere molto più ampi: guardate che Google è più importante ormai di uno stato del G7! E Facebook?! Cioè, nessuno pensa al rilievo politico di queste applicazioni, e all’impatto che hanno o possono avere sui diritti. Ancora mi fa sorridere la discussione sulla privacy e sulle intercettazioni in presenza di programmi di Google che mostrano anche quello che l’Agenzia delle Entrate non può venire a sapere; quindi l’apertura degli spazi virtuali pone dei fondamentali e drammatici, e comunque importantissimi scenari per la discussione sui diritti, sulla democrazia, sull’impatto della tecnologia sulla vita. Torniamo però agli spazi geografici.

La crisi non è un fatto banale, non è un fatto congiunturale, è un fatto di rottura strutturale: tutto cambia in modo radicale. Fa abbastanza ridere quando senti chi afferma che “la crisi è stata causata dai subprime, dalle agenzie di rating, da… da… da… da…”. Sicuramente, ma sono gli epifenomeni, cioè a dire sono le manifestazioni superiori ed esteriori, sintomatiche certo, ma quello che conta sono i fondamentali; è cambiata la struttura del mondo e in una struttura completamente diversa sono entrate in movimento masse di capitale, di persone, di informazioni che hanno creato, e stanno creando, e continuano ad essere in atto, degli squilibri fondamentali. E se si pensa che un processo di quel tipo può avvenire senza cambiamenti sociali, senza cambiamenti economici, probabilmente si ha una visione. La causa della crisi è la globalizzazione, che non poteva essere fermata, che forse poteva essere fatta in modo meno forsennato, meno accelerato, ma la causa di tutto quello che stiamo vivendo è la globalizzazione. Questo non vuol dire che è una cosa negativa, è una cosa che ha una cascata di fenomeni di intensità straordinaria. Forse è stata una follia accelerarla come è stata accelerata da ideologie che poi erano la terza via come quella della sinistra anglosassone, che vedeva in questo un’opportunità di estendersi.

Tenete conto che il muro cadde nell’89, Marrakech e la World Trade è del ’94, la Cina entra nella World Trade nel 2001. Questo indica un’accelerazione fortissima del processo, poteva essere più lungo, ma certo non poteva essere evitato. Noi viviamo in un’età caratterizzata da una mutazione intensissima, che contiene in sé enormi squilibri tra masse di capitale, di lavoro, di finanza e di informazione. E questo è lo scenario. Che cosa vuol dire per l’Europa? Dove siamo e come siamo. Per l’Europa è una cosa molto semplice, la crisi ha suonato sul gong della storia la fine dell’età coloniale: abbiamo vissuto pur dopo la fine politica dell’età coloniale una realtà proiettata e ancora simile a quella coloniale; abbiamo piazzato le nostre merci, i nostri titoli, quando volevamo, al prezzo che volevamo, dove volevamo, perché eravamo ancora la proiezione di un mondo, erede dell’età coloniale.

Fino a dieci anni fa si parlava di paesi in via di sviluppo; io stesso ricordo, nell’esperienza del 2001-2002, che un paese del G7 vedeva gli altri, che poi erano già dei giganti, in una posizione minoritaria, paesi quali il Brasile, l’India, la stessa Cina. Adesso l’impressione è quasi all’incontrario, e cioè dire paesi che fino a sette, otto anni fa si presentavano nella posizione minore di un paese che emergeva, sono adesso al di sopra. Per l’Europa la crisi ha suonato la fine della vendita coloniale e ha reso evidente che noi siamo un continente più o meno vecchio, più o meno vitale, che tuttavia produce più debito che ricchezza, più deficit che prodotto interno lordo, e questo impone una radicale mutazione delle nostre politiche e del nostro modo di essere. Nel maggio del 2005, nel secondo week end del maggio del 2005, tutti noi abbiamo visto la morte in faccia, e abbiamo visto non la fine dell’euro e dell’eurozona, ma dell’Europa com’era stata costruita nei cinquant’anni precedenti.

Durante quel week end, devo dire, uno degli sport, credo di averlo in qualche modo lanciato, ma era grottesco e sinistro, era “guardate le banconote in euro, hanno i simboli nazionali nascosti nelle serie alfanumeriche, ogni paese ha una sigla, X per l’Italia, non mi ricordo, ma ogni paese ha la sua” e quindi il gioco se volete lievemente grottesco era di dire “se cade l’euro non dobbiamo stampare il marco o la lira, ma basta usare, secondo questa chiave nazionale, la moneta europea”. Abbiamo visto, in quella sede che il ruolo giocato dal presidente Berlusconi, dal presidente Sarkozy, è stato straordinario. Dal quel week end in poi prende a configurarsi una geografia politica che è un po’ nella forma di un quadrato, e quello che sto cercando di dirvi non è economia, è politica pura, o perlomeno contiene in sé degli elementi politici; il quadrato è fatto da quattro angoli su cui si sta costruendo un’architettura nuova, diversa da prima. Questo è un effetto positivo di spinta della crisi. Infatti la BCE non lavora più e non agisce più come prima, non è solo contro l’inflazione, è a difesa della moneta, e agisce sul mercato in modo che il problema venga discusso in molti paesi e si ha l’impressione che abbia mani forti sul mercato.

Secondo punto, abbiamo costruito, e su questo c’è stato credo un decisivo intervento del Tesoro italiano e del presidente del Consiglio italiano, un fondo che ha una funzione di garanzia, ed è un fondo che più o meno cuba settecento miliardi, più o meno uguale a quello americano, quindi una cifra di enorme rilievo; queste due strutture, che sono, ripeto, forse più economiche che politiche, tuttavia sono la linea di difesa esterna contro la speculazione e contro la caduta di fiducia. Sui mercati quello che fa veramente paura non è tanto la speculazione, quanto la caduta di fiducia. Il gestore di un fondo di investimento si chiede “ha ancora senso che investa in un continente vecchio, che fa debito, che invecchia, che spende troppo più di quello che produce? O magari investo in paesi più giovani e più vitali?”. Quindi la Bce e il fondo sono la linea di difesa rispetto al rischio esterno, gli altri due sono quelli più politici. Il terzo angolo è la nuova politica economica che si sta facendo in tutta Europa: ogni paese ha attribuito un nome diverso. Gli inglesi dicono “austerità”, i tedeschi dicono “responsabilità”, ma dal Belgio all’Italia, dall’Inghilterra alla Spagna in tutta Europa si fanno politiche di riduzione dei deficit e dei debiti, politiche di responsabilità finanziaria, tutti sapendo che non si può continuare a spendere come prima. Il quarto e ultimo è quello più politico, ed è quello della revisione del Patto di Stabilità e di Crescita.

In Europa i cambiamenti più importanti sono sempre avvenuti, nel mezzo secolo di storia dell’Europa, in modo procedurale ed empirico, in modo non solenne, in modo pratico. Ma c’è un rapporto inverso: più la forma è solenne più il risultato è nullo, più il cambiamento è low profile più è intenso. Il nuovo Patto di Stabilità e di Crescita, che dovrebbe essere firmato dai capi di stato e di governo questo autunno, prevede prima la sessione di bilancio europea, che vuol dire una colossale devoluzione di potere dagli stati nazione ad una sede comune, e quindi dal basso verso l’alto e pluribus unum, fermo il potere costituzionale di ciascuno stato. Ma la sede preliminare di discussione cessa di essere nazionale e diventa collettiva, comune e coordinata. Noi siamo un continente geografico, abbiamo un’economia a mercato comune, una moneta comune, non possiamo continuare a fare ventisette politiche economiche diverse. E quindi la sessione di bilancio comune vuol dire che ogni paese redige ogni anno, e poi sviluppa in prospettiva e aggiorna, due documenti: un documento di politica di bilancio e un documento di politica di riforme per la competitività. Sappiamo che se non riformiamo, il vecchio continente non regge. Poi c’è un discorso sulla sorveglianza e sulle sanzioni, ma l’effetto della crisi sta prendendo forma in modo drammatico. Sta prendendo forma una geografia, una configurazione non solo economica, ma politica dell’Europa, profondamente diversa da quella che c’era anche solo un anno fa.

Credo che non ci siano alternative, che sia difficile porre questioni di carattere estetico del tipo “non mi piace, vorrei fare diverso, o forse non è la cosa giusta”. Il procedimento è imposto dalla realtà dei fatti e dalla collettività di questi processi. Dove andiamo, e a questo punto non come mondo-Europa, ma come Italia; qui limito la discussione, ad una agenda economica, e cioè a dire simulo quale potrebbe essere il nostro documento di competitività e di sviluppo. Naturalmente esistono agende politiche, agende che riguardano tanti altri campi e argomenti. Dal lato economico quale potrebbe essere l’indice del nostro National reform plan. Io ho messo giù otto punti, li ho discussi con il Presidente del Consiglio, ma possono essere diciotto, o sette, è tutto molto aperto ad una discussione che si presume debba essere fatta con le parti sociali, comunque con soggetti non solo di governo ma anche con il sindacato, la Confindustria, e poi con un concorso in Parlamento che non dovrebbe essere limitato alla maggioranza, ma in qualche modo anche esteso, almeno per sentito, all’opposizione, nella speranza di averne una che ha voglia di discutere di questo e non di altro.

Che agenda dovremmo mettere giù? Cosa abbiamo fatto e cosa dovremmo fare in più? Primo: quello che ci dice la carta geografica è che la competizione nel mondo, ed è la caratteristica fondamentale dell’economia del mondo che viviamo, non è più tra uguali ma tra disuguali; nel vecchio mondo l’Italia competeva con la Spagna, la Francia con la Germania e più o meno le categorie e le strutture erano le stesse. Adesso competiamo tra disuguali: l’Arcipelago Europa si confronta con giganti che hanno configurazioni radicalmente diverse, e qui vince chi è più in grado di stare in una competizione che non è più simmetrica come era una volta, ma totalmente asimmetrica. Questa è la differenza che c’è tra la Germania e l’Italia: la Germania ha dieci giganti industriali e quindi è in grado di sedersi da gigante a parlare e contrattare con giganti, la Germania ha uno straordinario successo sull’export perché parla con la Cina da gigante a gigante. Noi abbiamo mille minimi: il 90% del nostro prodotto interno lordo è fatto da imprese minime; per un gigante è difficile investire nel rapporto commerciale e industriale con un soggetto che ha una dimensione minima, perché se ti metti a contattare e a studiare da uno a uno lo fai in fretta, da uno a mille nani diventa un po’ più asimmetrico e spiazzante. Noi avevamo una massa critica, in parte l’abbiamo persa in seguito di demenziali, e io credo anche per molti versi non solo demenziali, politiche di privatizzazione.

Siamo l’unico Paese che ha privatizzato le telecomunicazioni facendo due volte il debito sullo stesso valore, o lo spezzatino dell’Enel, o le autostrade: si dovrebbe forse sapere che quando si paga il pedaggio si vanno a pagare gli interessi in favore delle banche estere con cui è stato comprato un pezzo importante del nostro sistema autostradale. Quindi noi quella che potevamo avere come massa critica l’abbiamo in parte persa, la Germania non l’ha persa, anzi. E tuttavia stiamo cercando di seguire questa prospettiva, abbiamo nella manovra inserito le reti di impresa: non puoi costringere un imprenditore a fondersi con un altro, perché le nostre imprese hanno una vitalità anche basata sulla loro individualità, però ci sono strumenti che rendono conveniente operare insieme, come rete, come distretto, come filiera. E per operare all’estero; noi abbiamo tentato nella manovra, pur non riuscendovi, di inserire un’unica struttura di sostegno dell’export italiano all’estero, in modo da non avere più mille nani ma una struttura estera forte e comune.

Non è però sufficiente che un provvedimento venga pubblicato in G.U.: quella è solo la metà del percorso, perché quello che è fondamentale è poi trasformare quel prodotto politico in uno strumento operativo effettivo, e quindi quello che dovremmo successivamente far avvenire è stare sul territorio a vedere come, dove e in che termini riescano ad essere efficaci. È necessaria la legge sulla struttura all’estero. Per ora abbiamo fatto partire uno strumento molto potente, il mega fondo pubblico e privato di sostegno delle piccole e medie imprese, con un capitale di alcuni miliardi e una leva da venti miliardi il cui regolamento è stato approvato dalla Banca d’Italia solo pochi giorni fa. Stiamo cercando, avendo come governo una qualche visione della realtà, di superare questa asimmetria e cioè cercare di competere anche noi su una dimensione più grande di quella attuale, perché non puoi continuare con mille nani che lottano contro un gigante o che cercano di vendere ad un gigante. E poi non possiamo continuare con le regole che abbiamo, abbiamo un eccesso di regole che forse è proprio un eccesso! Dobbiamo ridurre il carico delle regole che abbiamo, perché le regole utili sono un investimento, le regole inutili che pure disegnano la società perfetta, sono un costo. Oggi tutto è vietato, tranne ciò che è graziosamente permesso dallo Stato, salvo questo anche essere a sua volta potenzialmente vietato.

Sarebbe positivo se fosse tutto libero tranne alcune cose che sono vietate. La regola è la libertà e l’eccezione è il limite, invece nell’Italia attuale la regola è il limite, e questo non vuol dire attentare contro diritti fondamentali, è esattamente l’opposto, ma le caste e i costi piacciono nel sistema dei divieti generalizzati, e delle eccezioni marginalmente consentite. Sarebbe positivo vivere in un mondo un po’ diverso, e forse anche conveniente per il lavoro, l’impresa. Ci si chiede spesso perché in Italia gli appalti costano il doppio e si fanno nel doppio del tempo? Poi c’è la grande questione meridionale: l’Italia è un paese duale, ma non vogliamo che sia un paese diviso, ma tuttavia è un paese duale, perché il Centro-Nord Italia, che ha quaranta milioni di abitanti, è sopra la media della ricchezza europea, e questo tra l’altro vi dà indicazione di quanto sia importante avere quel livello strutturato da decenni di ricchezza. I nodi vitali a livello di ricchezza, di produttività, di ricerca, di forza economica, superano la media europea, e sono comunque comparabili con la Baviera, con l’Île de France, con molte aree sviluppate d’Europa.

Il dramma crescente di questo Paese è che è un Paese duale, e cioè a dire venti milioni di abitanti, quanti sono Grecia e Portogallo sommati insieme, hanno un livello inferiore, e quindi la media non è mediana, la media è molto sbilanciata, ed è un differenziale che non si è ridotto, ma che è anche cresciuto negli ultimi anni. È necessario quindi concentrarsi sul Sud: si deve lavorare sul Sud. Le politiche fatte finora hanno garantito solo l’andare indietro, e allora io credo che nel Mezzogiorno lo Stato deve 42 tornare a fare lo Stato, e non a fare altro. E questo non è opporsi all’idea federalista, perché il federalismo è un modo di organizzare lo Stato, ma in molte regioni del Sud manca proprio il fondamento, cioè lo Stato stesso. Lo Stato vuol dire la sicurezza ma lo Stato vuol dire anche ad esempio opere pubbliche, perché se lo Stato non fa le opere pubbliche ci si chiede quale sia la raison d’être dello Stato. Si deve riprendere a considerare la Questione Meridionale come una questione nazionale, non come la somma di tante regioni.

La Questione Meridionale non è la somma degli interessi e delle logiche delle singole regioni, è qualcosa di più e di diverso, e quando io ho cercato di dire questo, ricordando la Cassa per il Mezzogiorno, ho ricevuto moltissime critiche da una parte, ma non dalla parte della gente comune, perché c’è memoria dell’idea di uno strumento che ha funzionato con grande efficacia; infatti se c’è stata una leva che ha portato verso l’alto il Mezzogiorno d’Italia è stata la cassa del Mezzogiorno. Lo Stato deve tornare a fare lo Stato e deve concentrare i suoi interventi su alcuni fondamentali criteri di opere pubbliche, di ferrovie, di linee di trasporto che mancano totalmente. Nel Sud è mancato lo Stato. È inoltre errato il rapporto tra il capitale e il lavoro; in troppe sedi ancora c’è la logica del conflitto tra il padrone e il lavoratore, e non è la logica con cui puoi andare avanti. Se poi si analizza il nostro Paese emerge che ci sono due cose che mancano: l’istruzione tecnica, che invece anche con il concorso delle imprese dovrebbe essere enormemente potenziata, l’altra è l’inglese. Allora l’idea da realizzare, è usare la televisione per la formazione, e la formazione è l’inglese, per esempio, e questo vuol dire fare delle trasmissioni in inglese, o fare i sottotitoli in inglese.

È impossibile competere con paesi come ad esempio la Corea del Sud che è la sesta potenza industriale del mondo come manifatture, e lo è diventata in vent’anni, e se ci si chiede perché, la risposta è che hanno investito enormemente sulla formazione e sull’istruzione. La mia riflessione su da dove veniamo, cosa è successo, dove siamo, dove andiamo termina qui.

di Giulio Tremonti 4 Settembre 2011

Fonte: L’Occidentale