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Nuovo ordine mondiale

Faccio parte di una generazione che ha coltivato il sogno di una società umana più giusta, più solidale e più sviluppata dal punto di vista etico, economico, sociale e culturale.

A cinquant’anni di distanza mi sono risvegliato e devo purtroppo prendere atto che la società tanto sognata non solo non è cambiata ma sta addirittura precipitando negli abissi più profondi.

Dal punto di vista economico, mentre i ricchi sono diventati molto più ricchi, anche in occidente si è verificata una crescita esponenziale di persone che vivono ai limiti della povertà più assoluta.

L’assistenza sanitaria pubblica, con tutti i tagli subiti invece di procedere ad una sua riorganizzazione, al netto della propaganda politica del governo di turno, è stata ridotta all’inefficienza più assoluta ed oggi, se si vuole accedere ad una qualsiasi visita specialistica, in tempo utile per curarsi, occorre recarsi presso strutture private le quali, a seguito dell’incremento della domanda, hanno aumentato le proprie tariffe.

Risultato finale: anche nel privato si sono allungate le liste di attesa, le persone con poche disponibilità finanziarie non si curano più e, ultimamente, per la prima volta nella storia dell’uomo, l’aspettativa di vita si è abbassata.

Per quanto riguarda la scuola, ci hanno fatto credere che fosse possibile raggiungere titoli di studio più elevati rispetto al passato ma, nei fatti, la formazione erogata agli studenti, inconsapevoli e convinti di essere la futura classe dirigente del paese, è diventata di bassissimo livello; anche per l’assoluta impreparazione della maggior parte degli insegnanti della mia generazione.

Non dimentico le interrogazioni sostenute dai miei compagni di studi di allora, oggi supponenti professori, che ottenevano ottimi voti, anche facendo scena muta, per il solo fatto di essersi presentati. In quella stagione non era indispensabile studiare; la sufficienza era comunque considerata un “diritto acquisito” – un diritto dettato dal cosiddetto “sei politico”.

Così come non dimentico che, a livello universitario, molte facoltà praticavano gli “esami di gruppo”; esami nel corso dei quali un solo studente, considerato peraltro un “secchione”, si sottoponeva, in nome di tutto il gruppo, alla valutazione dei docenti.

Qualora nel gruppo non vi fosse un “secchione”, la consuetudine voleva che ogni studente preparasse ed esponesse un microscopico singolo argomento sulla materia oggetto di esame; uno “spacchettamento” dei suoi contenuti che consentiva, a tutti i partecipanti, di essere promossi, nonostante nessuno di loro fosse realmente preparato.

In sostanza, la logica del “diritto allo studio per tutti” si era trasformata, con prepotenza, nella logica del “diritto al titolo di studio per tutti”.

Ultimamente, per assegnare incarichi di prestigio a politici “trombati” e per nulla interessati alla scuola, sono state create decine di nuove università non necessarie e centinaia di cattedre, inutili e senza senso, che rilasciano titoli accademici legalmente validi, anche se assolutamente improbabili.

Per allinearci all’Europa sul numero di laureati rispetto al numero degli iscritti, invece di agevolare e stimolare i giovani allo studio, i nostri politici hanno pensato bene di istituire una “laurea breve” che, in soli tre anni di corso, conferisce agli studenti il titolo di dottore; un titolo che da noi, in Italia, è “legalmente protetto” mentre, in altri paesi, la stessa qualifica la si ottiene solo dopo un percorso di specializzazione post universitario.

Mentre le famiglie benestanti e più acculturate iscrivono i propri figli, “già predestinati a far parte delle future classi dirigenti”, in scuole e università estere o private ad essi dedicate, l’incremento esponenziale dei costi delle rette, dei testi scolastici e la consapevolezza dei limiti formativi dell’istruzione pubblica ai fini di un inserimento dignitoso nel mondo del lavoro, hanno contribuito all’aumento significativo dell’abbandono scolastico da parte dei ceti più deboli e hanno dato origine alla cosiddetta generazione “neet”; una generazione composta da una vasta platea di giovani che non studiano, non lavorano e non si formano.

Sempre per assegnare incarichi remunerativi e di prestigio ai “fidelizzati” al partito di appartenenza, sono stati irragionevolmente frazionati storici comuni italiani e ne sono stati costituiti, ex novo, una infinità, alcuni dei quali anche di minuscole dimensioni, con il conseguente consistente moltiplicarsi degli organici e quindi degli oneri a carico di tutta la collettività.

Per mantenere un apparato statale ormai elefantiaco, i cui costi sono diventati superiori alle entrate fiscali generate dalle classi sociali produttrici di reddito, pur di fare cassa, fra i tanti variegati e fantasiosi strumenti impositivi, i vari governi che si sono succeduti negli ultimi anni si sono inventati lo slogan: “Anche con la cultura si può fare business”.

Hanno quindi pensato bene di intervenire su tutte le strutture museali e culturali in genere, facendone pagare l’ingresso laddove fosse gratuito e aumentandone il prezzo laddove fosse già previsto; un’altra operazione che sta contribuendo ad allontanare, sempre di più, chi può permettersi di acculturarsi da chi non se lo può più permettere.

Tutta una serie di operazioni programmate da “qualcuno” il cui scopo è stato quello di favorire, senza clamore, l’instaurazione di una nuova classe dirigente.

Una nuova classe, certamente non quella degli attuali politici, assolutamente inadeguati e semplici procacciatori di poltrone dai lauti stipendi, ma una classe di livello superiore, più preparata e sofisticata delle precedenti, il cui incarico è quello di trasformare, con “qualsiasi mezzo”, una società in fase di sviluppo in una gigantesca “massa informe”, omologata verso il basso, senza riferimenti culturali e senza identità, e quindi di più facile gestione e manipolazione.

La storia dell’umanità avrebbe dovuto insegnare alla mia “ingenua generazione”, convinta di fare una rivoluzione, che queste sono sempre state materialmente combattute dai ceti sociali più semplici, quali contadini e operai, ma hanno sempre avuto come risultato finale il consolidamento delle solite “élites” secolari.

Élites, spesso a noi sconosciute, che hanno una concezione del tempo molto diversa dalla nostra.

Noi abbiamo una visione del tempo che si riferisce alla durata della nostra vita, a quella dei nostri figli o, al massimo, a quella dei nostri nipoti; per loro non esiste questo limite, così come non esiste il concetto di famiglia “tradizionale” ma quello di “dinastia”, immortale, proiettata all’infinito nel futuro, i cui membri, al fine di garantirne la discendenza, sono di solito molto prolifici.

Si tratta di potenti che si trovano in condizioni economiche, intellettuali e psicologiche, in grado di lavorare sotterraneamente per anni, addirittura per secoli, in attesa che le condizioni storiche, da essi stessi sollecitate, cambino in loro favore; potenti che, artefici del risultato finale delle loro occulte attività , sono anche disposti a darci, temporaneamente, qualche illusoria briciola di benessere.

Classici esempi ne sono la longevità millenaria della chiesa, le storiche dinastie di banchieri che si proclamano filantropi ma il cui vero unico interesse è quello di “arricchirsi a dismisura” e, non ultimo, le antiche stirpi nobiliari le quali, anche se hanno apparentemente cambiato i loro atteggiamenti pubblici, si comportano come cittadini comuni e si proclamano repubblicani, nei fatti, “non rinunciano affatto ai propri titoli nobiliari”.

In molte parti del mondo, ancora oggi e anche in stati di consolidata storia repubblicana, assistiamo a dispute feroci, a suon di anacronistiche battaglie legali, su chi debba avere o meno il diritto di rivendicare il titolo di principe ereditario, quindi di eventuale re, qualora, in quegli stati, si ristabilisse la monarchia; l’Italia ne è l’esempio a noi più vicino..

Cosi come hanno un diverso concetto di tempo rispetto a noi, le élites hanno anche un diverso concetto di stato, di nazione e di cittadinanza; i loro confini geopolitici si estendono a tutto il mondo conosciuto e il loro senso di appartenenza si riferisce esclusivamente alla classe sociale della quale fanno parte, indipendentemente dal luogo in cui hanno stabilito le loro dimore

Attualmente, dopo decenni d’impercettibile sviluppo civile, economico e culturale delle cosiddette “masse popolari”, stiamo assistendo ad una loro lenta e progressiva regressione, guarda caso, come se tutte le “rivoluzioni sociali”, molte delle quali fatte con un costo significativo di vite umane, non fossero mai avvenute.

Anche la subdola e sotterranea spinta alle migrazioni incontrollate fanno parte di un disegno ben preciso, pianificato nei minimi dettagli, che ha lo scopo di omologare gli antichi e variegati popoli della terra in gigantesche “masse informi” senza identità.

Questi popoli, tutti, chi più chi meno, chi prima chi dopo, agevolati dalle moderne tecnologie e dall’aumento generalizzato degli scambi culturali ed economici, stavano affrontando, ognuno con la propria storia, la propria cultura e la propria religione, un progressivo percorso di crescita e di sviluppo individuale.

Un percorso che si stava sprigionando “dal basso”, in armonia con il tempo necessario e indispensabile per la metabolizzazione di questi processi da parte dei popoli interessati, senza traumi, senza forzature esterne e, soprattutto, senza che essi rinunciassero alle proprie identità.

Il velocizzarsi di questi scambi fra popoli così eterogenei stava generando un processo fisiologico di crescita globale e stava creando un’incredibile massa d’individui informati e “troppo pensanti” per essere plagiabili e/o ricattabili, soprattutto economicamente – “un processo che doveva assolutamente essere interrotto”.

In conclusione, viste le attuali dinamiche sociali e la sempre più diffusa “regressione generalizzata” di tutti i popoli della terra, anche se coinvolti in diversa misura gli uni dagli altri, mi sembra evidente che “qualcuno” abbia, da sempre, attivamente lavorato nell’ombra, in attesa che si placassero le ondate rivoluzionarie, per recuperare il vecchio progetto di un’umanità costituita da pochi privilegiati colti e infinitamente ricchi e da un’immensa “massa informe” di poveri, incolti e disposti a tutto pur di sopravvivere.

In proposito mi viene in mente “il gattopardo”, uno dei più bei film di tutti i tempi, tratto dal libro di Tomasi di Lampedusa, nel quale il giovane Tancredi dice allo zio, principe di Salina: “Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi”.

Chissà se arrivati alla fame, quella vera, al degrado più totale e all’imposizione di nuove forme di schiavitù, una qualche futura generazione, anche se priva di qualsiasi conoscenza storica sull’evoluzione della specie umana, avrà la coscienza e la forza per ribellarsi a quello che molti osservatori definiscono il “nuovo ordine mondiale”.

T. M.