Barriere Doganali
L’abolizione delle barriere doganali, spacciata come dottrina liberale, è utile solo alle industrie che producono merci, a costi irrisori, in quei paesi dove la mano d’opera è priva di qualsiasi misura di sicurezza e le tutele sindacali, legali e sociali sono assolutamente inesistenti.
Paesi dove la povertà è talmente diffusa e profonda da costringere i lavoratori, spesso bambini, ad accettare delle retribuzioni e delle condizioni di lavoro assolutamente inumane e immorali per i nostri valori occidentali.
Gli utili che realizzano queste aziende non dipendono solo dal basso costo delle spese di produzione ma anche dalle basse imposte doganali che vengono applicate dagli stati importatori di quelle merci.
Utili che diventano stratosferici quando questi prodotti vengono venduti a prezzi esorbitanti, in base al loro valore di mercato, nei paesi più ricchi del pianeta.
In un primo momento, a livello internazionale, in nome del “libero scambio”, si è optato per la globalizzazione dei dazi, unificandoli, più o meno, fra tutti i paesi appartenenti all’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC/WTO).
Questi accordi internazionali, chiamati “sistema commerciale multilaterale”, hanno generato lo svuotamento di qualsiasi forma di attività produttiva, in particolare di carattere manufatturiero, costringendo quasi tutti i paesi “occidentali” a chiudere migliaia di aziende, a vendere marchi famosi che hanno fatto la storia e la ricchezza delle nostre economie e, nel migliore dei casi, a dislocare le attività in paesi con la struttura fiscale e socio/economica più favorevole.
Il risultato di queste politiche è stato devastante:
- l’aumento significativo della disoccupazione;
- il contenimento degli stipendi che, nel vano tentativo di mantenere un minimo di competitività sui mercati, molte aziende hanno fatto accettare ai propri dipendenti;
- lo sfruttamento di mano d’opera, prevalentemente extracomunitaria, sottopagata e disposta a tutto pur di sopravvivere;
- la riduzione estrema delle tutele e dei diritti sindacali – fino ad allora orgoglio della nostra civiltà, in particolare di quella europea.
Fattori che hanno prodotto:
- una riduzione generalizzata della ricchezza procapite;
- la conseguente riduzione dei consumi;
- la contrazione delle economie e, nella maggior parte dei casi, la recessione.
Una soluzione ideologica a questi squilibri potrebbe concretizzarsi se i vari paesi del mondo si mettessero convintamente e onestamente d’accordo nel realizzare una globalizzazione che renda omogenee le tassazioni, la fiscalità, il rispetto di diritti e doveri civili, sociali e umani.
Però sappiamo benissimo che si tratta solo di un’utopia che non si realizzerà mai; anzi, in questi anni, stiamo assistendo al moltiplicarsi di conflitti militari e sociali, spacciati per necessità di carattere geopolitico ma che, in realtà, nascondono interessi economici e di potere ad uso e consumo esclusivo di poche elite di privilegiati.
Risulta ormai evidente che la “globalizzazione dei mercati”, così com’è stata concepita e realizzata, non abbia affatto giovato al benessere dei popoli in questa coinvolti.
Dobbiamo prendere atto che questo modello di “sistema commerciale multilaterale” sia stato fallimentare e che, per tornare ai livelli occupazionali e di sviluppo “pre globalizzazione”, occorre assolutamente proteggere le singole economie nazionali.
Raggiungere quest’obiettivo non può che passare attraverso l’applicazione di dazi diversificati fra i vari paesi i quali, in base alle merci che importano dall’estero, devono deciderne le aliquote, strategicamente, in funzione delle proprie esigenze socio/economiche interne.
Un dazio adeguato che compensi l’enorme differenza fra costi di produzione e prezzi di vendita renderebbe inutile la “dislocazione” delle attività produttive le quali, anche per ovvi motivi logistici, rientrerebbero velocemente nei paesi di origine risollevandone le sorti, sia in termini di occupazione che di gettito fiscale.
Una ricetta che offrirebbe la possibilità di ridurre le tasse, sia ai singoli cittadini, il cui primo impatto sarebbe l’aumento della loro capacità di spesa, sia alle imprese che avrebbero maggiori disponibilità finanziarie per investire e innovare.
L’aumento dell’occupazione, del reddito procapite e del gettito fiscale, riattiverebbero un circolo virtuoso di sviluppo economico ormai fermo da molti decenni.
Il vero motivo per il quale nessuno dei ns. politici prenda in seria considerazione la possibilità di ritornare a dazi atti a proteggere le nostre economie dipende dalla mancanza di una classe politica degna di questo nome. Questi “signori”, paracadutati dall’alto dalle multinazionali e dalla finanza globale, volutamente scelti fra personaggi privi di qualsiasi morale, formazione e indipendenza intelletuale, sono strapagati per attuare solo ed esclusivamente le strategie decise dai loro “datori di lavoro”.
Datori di lavoro che, come dicevamo, hanno tutto l’interesse a mantenere quella che, ipocritamente, ci dicono trattarsi di “dottrina liberale.
Tullio Mannino
15/12/2018




